Un percorso di integrazione sociale e lavorativa: la storia di Patience

Questa è una storia di integrazione, integrazione che passa attraverso un percorso di attivazione sociale e lavorativa portato avanti nell’ambito di “S.A.L.I.”, un progetto promosso dalla Società della Salute Pistoiese che coinvolge un’equipe multidisciplinare composta da enti del Terzo Settore, Servizi sociali e Centri per l’impiego.

S.A.L.I. – “Servizi per l’Autonomia, il Lavoro e l’Inclusione”  è un progetto che riguarda il reddito di inclusione (REI), una misura di contrasto alla povertà dal carattere universale, una misura a favore dell’integrazione sociale e lavorativa delle persone.

Quanto ci piace questa parola! Integrazione: suona come un sorriso, contiene diversità, ricchezza, e al suo interno ci sta anche il nome della nostra cooperativa sociale in cui adesso lavora Patience, la protagonista di questa storia.

Patience ha le unghie colorate di giallo e un grande sorriso. E’ seduta alla macchina da cucire quando la incontro, e mi dice che deve finire un cucito prima di venire a parlare con me. La sua storia comincia in Nigeria e continua in Italia, dove vive da 15 anni con la sua famiglia. La sua bambina è nata qui.

Nel dicembre del 2017 Patience inizia il suo percorso di attivazione sociale e lavorativa previsto dal progetto, fatto di incontri con assistenti sociali, appuntamenti ai centri per l’impiego, patti di corresponsabilità: un percorso intenso che può rivelarsi complicato, e può far vacillare. Ma Patience lo intraprende con convinzione, dimostrando impegno e serietà, munita sempre del suo grande sorriso.

Lei potrebbe scegliere in che lingua parlare con me fra cinque almeno, ma per mia fortuna vince l’italiano.

Patience, che cosa ti ha portato a lavorare a Integra?

All’inizio ho fatto domanda per ottenere il REI (reddito di inclusione), e quando è stata accettata ho iniziato il mio percorso di integrazione. Sono andata a tutti gli appuntamenti, e fra le tante azioni previste dal mio progetto ho partecipato al Laboratorio sull’orientamento e la ricerca attiva del lavoro organizzato dal Pozzo di Giacobbe. Qui ho conosciuto la realtà di Integra, e dopo qualche mese mi è stato detto che c’era la possibilità di venire a lavorare al laboratorio. Alla fine ho fatto un colloquio con Elisabetta, la mia tutor, e in ottobre ho iniziato a lavorare.


Di che cosa ti occupi al laboratorio? E che cosa ti piace fare di più?

A me piace cucire! Sapevo già usare la macchina da cucire prima di entrare ad Integra, la usavo per realizzare abiti tradizionali africani per la mia famiglia e per i miei vicini, ma non avevo mai lavorato nel mondo del cucito prima d’ora. Qui mi occupo della produzione: ho imparato ad usare la macchina taglia e cuci, e ogni giorno apprendo tante cose nuove su questo lavoro, che sicuramente mi serviranno anche in futuro. Elisabetta è un’insegnante bravissima.


Qual è la prima cosa che hai realizzato al laboratorio?

I grembiuli e le borse per l’Emporio Sociale, e poi ho realizzato i braccialetti di stoffa per l’evento nazionale della CGIL sulle donne, “Belle Ciao”.


Che cosa significa per te lavorare ad Integra?

Lavorare qui significa essere indipendenti, non chiedere sempre aiuto agli altri ma riuscire a farcela con le proprie forze. La prima cosa che faccio quando vengo al laboratorio è mettere il telefono silenzioso, perché sono impegnata. E se qualcuno mi chiama e non rispondo, quando richiamo dico: “Scusa, ero al lavoro”. Questo mi fa sentire bene!


Cos’è cambiato nella tua vita rispetto a prima?

Da quando lavoro qui non ho più l’aiuto statale del REI, e io sono contenta perché adesso so che sto facendo qualcosa per cui davvero mi merito quello che guadagno. Spesso noi stranieri non sappiamo che possiamo trovare questo tipo di sistema che ci aiuta a diventare indipendenti, oppure certe persone non hanno fiducia e non concludono il percorso. Invece, se ci si impegna fino in fondo e si ha pazienza i risultati arrivano!

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